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settembre 05, 2010
 La Storia Riduci
   Tutto cominciò nel 1978 o giù di lì, quando un gruppo di ragazzini decise di partecipare alla famosa "Sagra della panzanella", appuntamento fisso a Pieve S. Stefano la sera del 14 Agosto.
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Era un modo per promuovere il gusto e la freschezza del piatto tipico della nostra zona (pane bagnato, cipolla, pomodoro dell'orto e poco altro) povero ma gustoso e adatto per l'afa dei mesi estivi, molto presente, a volte per amore e spesso per forza, nelle tavole dei nostri nonni. E quale miglior intrattenimento per la serata se non la rappresentazione dei balli che rendevano meno lunghe le sere dell'inverno contadino?
  
  E così una sorella maggiore si prese la briga di frugare nei ricordi delle nonne riscoprendo il Trescone ballato con il fiasco (e il fiasco "citti, deve ballare per davvero!" ) e la Quadriglia comandata dalla Cecca alla francese (e dire "francese" è un eufemismo!) e un paio di mamme sarte si dettero da fare dietro ai costumi.
    La cosa riscosse successo e per alcuni anni quei ragazzini ed altri dopo di loro – sempre con l'ausilio del noto maestro di musica paesano – hanno continuato a far ricordare agli anziani ciò che avevano ballato con l'organino di Beppurillo e a far battere il piede a tempo di musica a tutto il pubblico.  
    
Tutto ricominciò nel 2001 quando alcuni di quei ragazzini, ormai adulti, furono richiamati a presentare i balli di una volta per il primo appuntamento di un'altra sagra pievana, quella del Prugnolo, alimento oggi più pregiato del "pan mollo", ma altrettanto presente nelle tavole dei nostri nonni, data la collocazione collinare del nostro paese e la ricchezza del sottobosco. 
 
 

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    E così, per gioco, si sono ripresi il Trescone col fiasco e la Quadriglia della Cecca, insegnandoli a nuovi e volenterosi compagni di ballo.
 
 
Il successo arriva di nuovo e prendendoci gusto, piano piano prendono forma, sempre dietro consiglio delle nonne di Pieve, la Manfrina con la giostra (che altro non è che un bel girotondo, ma "citti, le gonne devon volare!") e la Raspa (che "non è un ballo da damerini, dateci dentro, al galoppo!"). Impossibile, poi, non dare spazio alle rime in ottava o agli stornelli, schietti strumenti per dire al vicino quanto fosse "bischero" o alla "bella" che forse poi così bella non era o che alla fine l'unica donna al mondo non era lei.
 
 
 
 

 Negli anni successivi si è ampliata la ricerca dei balli tradizionali toscani ma non solo, visto che il nostro paese sta in una punta di Toscana che confina con Umbria, Marche ed Emilia Romagna.

 

La riproduzione non è sempre fedele e ci abbiamo messo un po' del nostro, ma si sa che per ogni ballo le varianti non  mancano e anche tra i nostri nonni qualcuno ballava a modo suo, l'importante era ballare, poi un passo in più o in meno contava poco! Si sono

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aggiunti così al repertorio Vinchia, Tacco Punta, Sciotis, Giga Marina, il classico Ballinsei e, per fare un po' di confusione e prendere in giro qualcuno, il Ballo della Scopa.  

 


      

  

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